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Ho letto “Io mi svezzo da solo! Dialoghi sullo svezzamento”, scritto da un famoso pediatra che scrive anche sulla rivista per genitori UPPA, quando già avevo avvicinato alla tavola le mie due bambine procedendo con autosvezzamento, non ne avevo quindi necessità o urgenza ma l’ho letto con molto piacere. Ve lo racconto brevemente.

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Svezzare” ha un duplice significato: questa parola viene utilizzata sia per intendere la fine dell’allattamento, sia l’inizio di un altro tipo di alimentazione in aggiunta alla continuazione dell’allattamento o alimentazione con formula.

Dopo l’allattamento dei primi mesi, con lo svezzamento si ampliano le modalità di comunicazione legate al momento dell’alimentazione.

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La nostra società non accetta il pianto, soprattutto negli adulti. Esso viene considerato come un segnale di debolezza; qualcosa da dover preferibilmente impedire e prevenire, anche nei bambini.

Ma il pianto è il mezzo di comunicazione privilegiato dei neonati ed è un comportamento di adattamento psicologico il cui scopo è scatenare una reazione di allarme nei neogenitori. I neonati possono comunicare quasi solo attraverso il pianto.

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Un articolo un po’ lungo ed articolato ma spero esaustivo, per parlare di un argomento che spesso spaventa molto le mamme. Proviamo a vedere insieme come affrontare il rientro al lavoro mantenendo la serenità per tutta la famiglia!

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Negli ultimi anni si è sentito spesso parlare di “metodi” per far dormire i bambini, comprendendo anche i neonati, e supponendo quindi che i bambini non siano programmati per farlo. Questa idea ha qualcosa di errato nelle sue fondamenta: i bambini non imparano a dormire ma al contrario a stare svegli; è un processo di maturazione, a cui arriveranno quando saranno pronti. Ma i libri e i sedicenti “esperti” che consigliano certi metodi intendono dire che si può insegnare ai bambini a dormire tutta la notte senza svegliarsi o almeno senza “disturbare” i genitori. Peccato che questo sia pericoloso perché contro la loro fisiologia.

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