I metodi per far dormire i bambini

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Negli ultimi anni si è sentito spesso parlare di “metodi” per far dormire i bambini, comprendendo anche i neonati, e supponendo quindi che i bambini non siano programmati per farlo. Questa idea ha qualcosa di errato nelle sue fondamenta: i bambini non imparano a dormire ma al contrario a stare svegli; è un processo di maturazione, a cui arriveranno quando saranno pronti. Ma i libri e gli “esperti” che consigliano certi metodi intendono dire che si può insegnare ai bambini a dormire tutta la notte senza svegliarsi o almeno senza “disturbare” i genitori. Peccato che questo sia pericoloso perché contro la loro fisiologia. Questa visione del bambino è molto riduttiva, considera il neonato e il bambino come dei “robot” che si possano programmare a fare ciò che è più comodo per i genitori, e cioè una notte di sonno ininterrotto, magari nella propria stanza e nel proprio lettino, lontano dai genitori.
Eduard Estivill, medico spagnolo diventato famoso per il suo libretto “Fate la nanna” pubblicato nel 1999, spiega nel suo libro come anche i neonati (dai 6 mesi) possano essere abituati a dormire da soli tutta la notte. Peccato che ciò non avvenga senza conseguenze, e che in molti casi siano anche gravi. Estivill parla di “estinzione del pianto” proponendo ai genitori di iniziare a lasciar piangere il proprio bambino, che sicuramente non dormirà volentieri da solo, inizialmente solo alcuni minuti, per poi arrivare a molti minuti nel corso dei giorni seguenti. Prima o poi si rassegnerà e smetterà di piangere, e si addormenterà da solo.
Questo metodo probabilmente funziona, nel senso che presto o tardi i piccoli smettono di piangere vedendo che non cambia nulla, che nessuno arriva e non serve a niente continuare a piangere, ma vediamo quale è il prezzo.

Lo stress provocato da un pianto continuamente inascoltato è molto elevato. Il bambino che piange è in preda allo stress. Lo stress è una risposta di elevata eccitazione difficile da gestire perché non concede tregua. Il modo in cui lo gestiamo costituisce il cuore della nostra salute mentale.
Il cortisolo viene prodotto dal corpo quando siamo sotto stress, e serve appunto per ridurre lo stress. Diventa un problema se è troppo elevato ma anche se è troppo basso. C’è un legame tra attaccamento e cortisolo, tra insicurezza emotiva e disfunzioni del cortisolo.
Il cortisolo dà energia in breve tempo, ma se lo stress persiste (il bambino non viene consolato) e il cortisolo rimane alto, ci possono essere danni sulle strutture cerebrali.
Se lo stato di sovraeccitamento dato dallo stress permane a lungo, il disagio dà luogo ad uno stato dissociativo in cui il pianto si interrompe e il bambino si chiude in se stesso, emotivamente e fisiologicamente. Il battito cardiaco rallenta, c’è insensibilità al dolore: è una risposta estrema ma adattiva. Si conservano le energie, il bambino può fingersi insensibile e “anestetizzato” ma il sistema dello stress rimane allertato al massimo.

Il bambino non è fatto per addormentarsi da solo, e per dormire molte ore di seguito, soprattutto se lontano dai genitori. Il pianto protratto, prima o poi, si estingue sicuramente, ma perché il bambino ha capito che è inutile continuare, i genitori non verranno e lui si rassegna. Questa rassegnazione non è poca cosa, perché gli stiamo insegnando che lui non è abbastanza importante perché i genitori accorrano da lui quando ha bisogno. Gli insegniamo che la notte non può pretendere di avere qualcuno vicino, nel momento più difficile di tutta la giornata, che fisiologicamente viene “sentito” come più pericoloso dalla notte dei tempi. Gli insegniamo che le sue emozioni non contano nulla, e che deve farci i conti da solo. E questo avrà ripercussioni non solo sul sonno del bambino e dell’adulto poi, ma sulla costruzione della sua indipendenza e della sua sicurezza.
Al contrario, rispondendo ai suoi richiami e ai suoi bisogni, compreso quello della vicinanza notturna, il bambino impara ad avere fiducia nel contenimento, e crescendo

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Dott.ssa Lucia Trabbia

Psicologa clinica e perinatale