Allattamento… fino a quando?

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Ci sono molti pregiudizi circa l’allattamento al seno “prolungato” nel tempo e sulla scelta di lasciare che sia il bambino ad avere l’iniziativa di smettere.
È assai utile soffermarsi sul termine “infanzia”, che non solo serve a definire l’età del bambino, ma anche a richiamare una condizione della mamma. Lo stato infantile, che implica il “non parlare”, pretende dalla persona che osserva o accudisce il bambino la capacità di emozionarsi con i sentimenti del piccolo e perfino di immedesimarsi nell’infanzia stessa. Questa capacità aiuta la mamma a sintonizzarsi sui bisogni del proprio piccolo.
Ma vediamo cosa significa davvero allattare un bambino fino ai 3-4 anni.

L’allattamento prolungato ha funzioni molto interessanti nella ricerca della sicurezza interiore.
Viene considerato dal bambino come l’equivalente del tipico pupazzetto di peluche, del piccolo cuscino o del pezzettino di coperta. Molte mamme possono rimanere sconcertate dal fatto che un bambino di qualche anno possa avere bisogno di continuare l’allattamento, ma molte altre si sentono a loro agio e di fatto partecipano attivamente a questa situazione. Spesso le mamme “sentono” intuitivamente che si tratta di un percorso importante, che necessita di essere sviluppato e preservato, piuttosto che interrotto rapidamente.
L’evoluzione dell’esperienza dell’allattamento racchiude in sé un processo di crescita reciproca, di appartenenza, di creazione, di concessioni e di innumerevoli cambiamenti, prima che si verifichi la fase finale dello svezzamento. Entrambi, mamma e bambino, avranno così, come risultato dell’esperienza dell’allattamento, un potenziale creativo che potrà affiorare in molti modi, in situazioni anche solo remotamente similari.
Concretamente, allattare un bimbo di un anno o più è un’esperienza molto diversa dall’allattare un neonato, sia dal punto di vista fisico che da quello psicologico. Fisicamente si fa meno fatica ad allattare un bimbo “grande”, che si sostiene da solo e magari poppa da seduto, senza appoggiarsi al nostro braccio… però il fatto che i bimbi si muovano molto di più può portare ad allattamenti “acrobatici”, in cui il bimbo poppa in piedi, o mentre gioca, o mentre cerca di fare ginnastica. Spesso è molto divertente vedere bimbi grandicelli allattati, e per le mamme sono esperienze molto particolari… i piccoli continuano ad addormentarsi al seno come per magia, anche a 2-3 anni, come se ci fosse un miracoloso sonnifero nel nostro latte. Iniziano a fare strane conversazioni col seno, gli danno un nome, e spesso offrono il latte di mamma anche a pupazzi e macchinine.
Psicologicamente, può essere molto divertente o anche molto faticoso, a seconda anche dell’ambiente che ci sta intorno, che può sostenere o ostacolare la prosecuzione dell’allattamento.
Spesso ci sono periodi in cui la richiesta del seno è molto frequente, come con i neonati. Non si tratta tanto di scatti di crescita quanto di fasi di regressione e di ricerca di rassicurazione. Spesso l’inizio del nido o il ritorno al lavoro della mamma porta il bambino ad avere un “ritorno di fuoco” anche quando sembravano stabili poche poppate al giorno. Ogni momento è diverso, particolare, ma sicuramente, procedendo con l’allattamento, il rapporto del bambino col seno è sempre meno legato all’alimentazione e sempre più legato a motivi affettivi. L’aspetto nutrizionale rimane sempre molto importante perché la composizione del latte materno varia con l’età del bambino, si adatta alla sua crescita in modo ottimale, ma non è tanto quello il motivo per cui il bambino si attacca, quanto per il contatto con il corpo della mamma e il senso di sicurezza che ne deriva. Comunque è fuor di dubbio che il latte materno ha un suo perché anche dal punto di vista nutrizionale, anche nel corso degli anni successivi al primo, perché la sua composizione varia al crescere del bambino, adattandosi perfettamente ai suoi bisogni fisiologici. Fino a quando non ne avrà più bisogno.

Fino a quando?

Oggi si pensa che il bambino non sia capace di svezzarsi da solo, ma che al contrario, se dipendesse da lui, resterebbe attaccato al seno della mamma per sempre. In questo c’è qualcosa di vero e qualcosa di falso insieme.
È certo che il bambino vorrà sempre continuare ad essere legato strettamente alla madre, ma questa cosa potrà un giorno essere sentita anche al di fuori dall’esperienza fisica del poppare, e cioè nel pensiero, ma sarà necessario, prima, che la sua mente possa maturare fino a diventare capace di rappresentare quest’esperienza nella sua mente.
È per questo che lo svezzamento lento e graduale, guidato dalla propria intuizione piuttosto che dai suggerimenti di altre mamme o di “esperti”- visto che non esistono due mamme uguali né due bimbi uguali - è preferibile allo svezzamento imposto arbitrariamente. Uno svezzamento stabilito arbitrariamente può condizionare il sentimento del bambino di essere persona e di essere capace di usare il proprio discernimento in maniera autonoma e differente dagli altri.
Ogni bambino ha un suo proprio rapporto col seno, in alcuni periodi si intensifica, in altri rallenta, rimanendo sullo sfondo. Se non ci sono motivi urgenti e contingenti (come ad esempio una cura importante che necessita di farmaci incompatibili con l’allattamento), bisognerebbe far sì che sia il bambino a decidere come e quando interrompere l’allattamento. Quando sarà pronto ad un passo nello sviluppo, potrà lasciare il seno e relazionarsi con la mamma in modi che non contemplino più il legame di latte.
I bambini non hanno bisogno del latte materno per un periodo standard, un periodo deciso a priori da pediatri e esperti, perché il latte materno non è solo un insieme formidabile di sostanze nutritive che si adeguano al fabbisogno del bambino man mano che cresce, ma è anche un mezzo per sentire il calore e la sicurezza del contatto con la mamma. Il latte materno è un’ottima fonte di nutrimento per il bambino, ben oltre il compimento del primo anno d’età.

Alcuni bambini spontaneamente decidono che non hanno più bisogno di poppare, svezzandosi abbastanza presto (comunque, di solito, non prima dei 2 anni). Ma altri bambini hanno bisogno di un contatto più prolungato con il seno materno. La mamma deve capire se per lei è un piacere continuare, o una fatica, e a seconda della risposta agire di conseguenza.
Allattare non deve diventare un modo per “legare a sé” il proprio bambino, ci possono essere casi in cui le mamme hanno delle difficoltà in questo senso e “usano” l’allattamento come occasione di simbiosi, ma questi sono casi limite e sarebbero problematici anche senza allattamento.
Se la mamma di un bambino “grandicello” sente che per lei allattare sta diventando una fatica emotiva o fisica, e che non è più un piacere, la cosa migliore sarebbe cercare di capire se il problema è veramente l’allattamento, o se sono invece le pressioni esterne. Ci possono essere altre motivazioni per cui non riesce ad andare avanti tranquillamente.
Spesso è difficile andare avanti, perché prendono il sopravvento aspetti come la paura del giudizio, il timore di non fare le cose “giuste” che indicano i pediatri o certi “esperti”, i consigli della nonna, la stanchezza, la solitudine. La stanchezza per le mamme è sempre presente, certo, ma spesso non dipende dall’allattamento.
Spesso, allattare garantisce alcune pause in più, più sonnellini “rubati”, e la possibilità di fare una pausa leggendo un libro o stendersi con il piccolo.
L’allattamento può diventare “faticoso” (più per la dipendenza del bambino dalla mamma, che non per la stanchezza fisica, a volte) specialmente in momenti in cui le poppate aumentano, per motivi diversi (malattia, denti in arrivo, cambiamenti, scatti di crescita, regressioni del sonno), ma in quei momenti a volte è utile pensare che si tratta di un momento, e le difficoltà passeranno. A volte basta rilassarsi e accettare il periodo di difficoltà, e già le cose vanno meglio.
Se la mamma è proprio sicura che la cosa migliore sia smettere di allattare, può iniziare questo percorso trovando un modo “dolce” per diradare sempre di più le poppate, ma senza ingannare il bambino o togliendogli il seno di colpo.

Quando è necessario interrompere l’allattamento

A volte può essere necessario sospendere l’allattamento, per motivi di salute o anche perché la mamma non riesce più a provare piacere in questa relazione di allattamento. In alcuni casi continuare un allattamento che non rende felice la mamma è peggio che interromperlo, ma la decisione unilaterale della conclusione di questo rapporto dovrebbe ridursi ai casi strettamente necessari, visto che per il bambino potrebbe essere un evento difficile da affrontare.
Sarebbe buona cosa cercare di non concludere bruscamente questo rapporto, ma farlo con gradualità, spiegando al bambino il vero motivo per cui è necessario smettere.
Credo che i metodi utilizzati da qualcuno, metodi che usano la menzogna per ottenere il distacco del bambino dal seno, oltre ad essere tristi e ingiusti, vadano a nullificare tutti i frutti di un allattamento prolungato. Quindi i vari cerotti sul seno, che vogliono far intendere al bambino che il seno è malato, o il cospargersi il seno di sostanze amare o cose peggiori, sarebbero da evitare perché irrispettosi del bambino.
Credo che il bambino abbia diritto alla verità, anche se dura da accettare, per poter davvero riuscire a superare questo momento che può rivelarsi difficile.
La cosa migliore da fare quando si intende smettere di allattare è partire dal “non offrire e non rifiutare”: non si offre più il seno al bambino se non lo chiede lui, ma se lo chiede, lo si accontenta. Se il bambino è abbastanza grande si può provare a diminuire frequenza o durata delle poppate notturne, o a eliminarle del tutto. Ad esempio, si può provare a dire al bambino che da quella sera il latte si prenderà solo prima della nanna e poi al mattino seguente. Naturalmente ci si dovrà organizzare con un’alternativa in caso di risveglio: essere cullato, un bicchiere d’acqua, un biscotto, una coccola. Si può anche limitare la durata delle poppate facendo attaccare il bambino e contando insieme fino a un numero prestabilito e poi farlo staccare e proporre altro.
Con i bimbi grandicelli è possibile anche attuare una sorta di svezzamento graduale, in cui le poppate vengono anticipate e sostituite con altre attività o coccole, ma sottolineo anticipate. Aspettare che il bimbo chieda il seno e poi provare a sviare le richieste non è una strategia di successo, mentre anticipare le richieste è sicuramente più impegnativo ma rappresenta il modo migliore per portare il piccolo a “dimenticarsi” del seno per un po’.

La conclusione naturale dell’allattamento

La conclusione spontanea dell’allattamento è un processo che spesso richiede molto tempo. Tra i due e i quattro anni, o anche oltre, i bambini allattati iniziano a perdere interesse per il seno, gradualmente, riducendo il numero delle poppate e la durata. Iniziano a dormire tutta la notte, a “dimenticarsi” alcune poppate, ad essere sereni anche senza poppare tutto il giorno, cosa che alcuni mesi prima forse sembrava impossibile. E invece è così, i bambini crescono e a volte cambiano tantissimo nel giro di qualche settimana, qualche mese. Come abbiamo visto, alcune volte i bimbi allattati smettono di chiedere il seno durante una successiva gravidanza della mamma, ma anche se non ci sono gravidanze di mezzo, tra i due e i quattro anni arriva il momento in cui i nostri piccoli iniziano ad andare incontro al mondo senza bisogno del seno e del latte materno.
Come si sente la mamma? Se è arrivata fino a questo punto in modo sereno, e graduale, senza provare ad accelerare il processo, probabilmente si accorgerà che l’allattamento sta rallentando, senza sapere esattamente da quando sta avvenendo il cambiamento, e questo significa che davvero le cose sono andate gradualmente. Proverà sentimenti contrastanti forse, tra la gioia del vedere il proprio piccolo che cresce e che riesce a fare a meno del seno, la malinconia del ricordare il proprio piccolo quando era sempre attaccato al seno, il sollievo nel non sentirsi più “ostaggio” ogni qual volta si siede sul divano, la voglia di scoprire nuovi modi di stare insieme.
Se non ci sono forzature, il distacco avviene in modo molto graduale, e come ogni altro grande progresso, questo percorso può prevedere anche dei momenti di regressione, momenti che possono durare anche settimane o mesi. Come se il bambino facesse la prova di come si sta senza seno, poi si accorgesse di essere cresciuto troppo in fretta, e quindi decidesse di ritornare indietro per un pochino, per godersi ancora quei momenti. Spesso, poi, quando il momento regressivo si conclude, il salto è ancora più grande. Ci sono infiniti modi di allontanarsi dal seno, mille modalità diverse, e solo lasciando fare al nostro bambino saremo sicure di aver rispettato il suo particolare progetto, il suo particolare percorso che lo porterà a diventare “grande”.

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Dott.ssa Lucia Trabbia

Psicologa clinica e perinatale